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Il pensiero ingannevole

A volte sento l’esigenza di mettere su carta quello che penso. Forse la mia è una smania creativa, forse è un voler dimostrare  a me stesso che sono capace di razionalizzare e comporre frasi di senso compiuto. Forse è solo un modo diverso per confondere il tempo che passa.

La cosa che so è che digitare su questi tasti e far finta di pensare mi fa star bene. Mi interrogo spesso sul significato della vita e su cosa essa rappresenti. Sin da piccolo come risposta a questa domanda trovavo che non è il caso di porsi questi quesiti perché ognuno di essi ne apre e ne coinvolge altri mille e visto che la nostra vita terrena è troppo breve per poter dare una risposta a tutti quanti, se non si vuole passare una esistenza piena di dubbi e di disperazione, è meglio occuparsi di altro. Spesso il mio sguardo si proietta all’infinito, in una dimensione che esula dalla conoscenza umana. Li mi interrogo sul senso della mia vita e cerco di attribuirle un significato plausibile. Sento che il corpo che mi appartiene è solo un diversivo, noi non siamo il corpo che ci contiene. Esso è solo uno strumento utile a noi per vivere sulla terra, è solo un rivestimento che ci contiene. Ma ancora non so cosa siamo noi. Esistiamo ma non siamo visibili, respiriamo, il nostro cuore batte ma non siamo noi. Il nostro cervello razionalizza ma non è parte di noi, non siamo materia, non siamo aria, ma cosa siamo???

Uso la mano per portarmi alla bocca il cibo, uso le labbra per trasmettere alla mia donna l’amore che provo per lei, uso gli occhi per vedere quello che mi circonda; ma posso mangiare solo quello che ho a disposizione, posso baciare solo la donna che ho conosciuto e si è fermata al mio fianco, posso vedere solo una parte del reale. Queste limitazioni da chi ci sono state poste e perché? I limiti del nostro corpo e della nostra mente da cosa dipendono? Verso quale traguardo stiamo viaggiando?

Inutile chiederci chi siamo e cosa facciamo, quale è il nostro scopo. Come poter trovare una risposta a queste domande? Come poter comprendere ciò che è giusto e distinguerlo da ciò che è sbagliato? Come fare a capire la cosa giusta da fare? Se i nostri antenati o qualcuno che ci ha creati ha lasciato una guida, che fine ha fatto?

Se abbiamo perso questo insegnamento nella notte dei tempi adesso dobbiamo pagare per sempre questa nostra disattenzione o incuranza? E l’incuranza di un individuo o di un gruppo di individui deve influire cosi’ pesantemente sulle generazioni future?

Mi sento un pesce che nei meandri delle acque oceaniche cerca di capire verso quale direzione andare al fine di trovare il cibo che gli permetterà di continuare a cercare la direzione giusta da percorrere. Trovare il senso della vita è il primo passo verso il sapere, secondo mio modesto avviso non esiste sapere se non esiste la conoscenza di se stessi. Come posso giudicare il prossimo se non so motivare la mia esistenza? Come posso comprendere il giusto se non so cosa si intende per giustizia e non so come attribuire ad essa un significato di senso compiuto?

Molte teorie affiorano dalla mia mente ma si sta in me sviluppando la convinzione che il senso della vita è quello che ogni singolo individuo le attribuisce.

Chi siamo? Perché esistiamo? Come fare a comprendere? Verso quale strada dirigersi? Cosa fare?

I cosi’ detti “filosofi”  da millenni si interrogano sul significato di Dio e della vita. Non ho approfondito i loro studi ma dalle letture che ho fatto mi è parso di intuire che ognuno di loro ha finito con il perdersi nel proprio pensiero, e cosi’ la ragione li ha portati ad allontanarsi dal sapere. Sembra quasi che qualcuno si stia divertendo alle nostre spalle, o forse siamo noi stessi a cadere nel ridicolo nel tentativo di attribuire un significato ad una cosa che non comprendiamo e non sappiamo neanche se esiste. Il fatto stesso di mettere su carta il proprio pensiero è contestabile. Se il filosofo non riesce a giungere a conclusioni ma solo a porsi degli interrogativi e proporre delle teorie discutibili che senso ha scrivere dei trattati? Sicuramente è la necessità del filosofo di trovare qualcuno che dia una risposta ai propri quesiti; ma non è questa una speranza vana? Non è una contraddizione? Cercare nell’uomo la risposta ai quesiti dell’uomo. L’uomo sente il bisogno di aiuto nel comprendere il senso della vita e non sapendo cosa fare cerca , inconsciamente, aiuto nell’uomo stesso. Secondo me è un circolo vizioso. L’uomo di oggi si pone gli stessi quesiti dell’uomo di migliaia di anni fa, si sviluppano teorie non comprovate che finiscono con lo essere simili e con il passare del tempo quello che si ottiene è l’aumento del numero di uomini che si pongono questi quesiti. Si arriverà mai ad una conclusione? Si troverà risposta a queste domande? In che modo? E’ chiaro che nell’incertezza si può anche continuare su questa strada, nuovi filosofi nasceranno, nuovi trattati verranno pubblicati, nuove persone li leggeranno e cominceranno a porsi gli stessi quesiti. Dobbiamo credere che prima o poi un luminare riuscirà a trovare la soluzione a questi enigmi? Io, proprio in questi giorni me ne sono posti altri tre.

Perché l’uomo ha cosi’ bisogno di conoscere le sue origini? Perché si interroga sull’esistenza di Dio e sulla sua natura? Ed infine, perché Dio non ci risponde a questi interrogativi?

Provo a dare una risposta a questi quesiti. L’uomo sente la necessità di conoscere le sue origini perché si sente come un orfano abbandonato. Vuole conoscere il suo creatore o i suoi creatori. Vuole sapere perché è stato abbandonato a se stesso, perché deve cavarsela da solo nell’ambiente che è stato a lui riservato. L’uomo si interroga sull’esistenza di Dio e sulla sua natura perché non riesce a comprendere il motivo per il quale Egli non si manifesti e lo educhi. Vuole sapere se veramente la sua vita è stata donata da un creatore o se è solo frutto del caso. Poiché l’ uomo è abituato ad avere a che fare con cose che hanno una forma e una consistenza immagina Dio come una entità fisica. Probabilmente le varie popolazioni del mondo lo hanno sempre raffigurato come un vecchio della loro specie perché si attribuisce alle persone anziane saggezza e forte spiritualità.

Riuscire a comprendere Dio è vano. La limitatezza della vita dell’uomo gli preclude la possibilità di comprendere tanta magnificenza e potenza. Solo Dio può manifestarsi a noi e forse lo fa tutti i giorni ma noi non ce ne rendiamo conto. Quindi non mi restano da pensare che due cose. O Dio non vuole manifestarsi a noi e avrà i suoi buoni motivi oppure si manifesta ma non riusciamo a comprenderlo. Nel primo caso, se Dio ha deciso di non manifestarsi allora l’ uomo riuscirà a comprenderlo solo se lui vorrà o solo quando l’uomo sarà divenuto come Dio. Se, invece, Dio si manifesta ma non riusciamo a comprenderlo allora o non è necessario chiedersi cosa sia Dio o non siamo ancora pronti per capirlo. In quest’ultimo caso, secondo me, non è dedicando il pensiero umano sul significato di Dio che si possa raggiungere l’obiettivo ma attraverso un processo di sviluppo tecnologico, scientifico, civile e umano. Quindi il filosofo si allontana da Dio andando a passare del tempo prezioso in studi futili e razionalizzazioni improduttive, dovrebbe invece dedicarsi ad attività produttive che favoriscano il progresso e la civilizzazione della specie umana.

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Il pensiero ingannevole by Simone Moretti is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.

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